Le leggende

L'origne del nome Sala, comune a vari paesi d'Italia, è molto discutibile. L'olivieri, nel suo recente dizionario di toponomastica lombarda vuol trovarla nei codici longobardi dove sta a significare "casa signorile in campagna" oppure "a casa colonica con stalla". Pietro Monti, nel suo vocabolario dei dialetti della città e Diocesi di Como, lo fa derivare dalla voce celtica "sala" che equivale a golfo o seno.

Questa seconda versione mi sembra più attendibile se si consideri che il vecchio villaggio si trova in fondo ad un piccolo golfo ben riparato dalle circostanti montagne, golfo altrettanto propizio alla pesca quanto quello di Spurano, tanto è vero che in passato la popolazione trovava il maggior sostentamento nell'industria pescherecci e nella coltivazione della vite e degli olivi, due essenza vegetali che per ben prosperare hanno bisogno di essere al coperto dai venti. Si aggiunga per avvalorare tale opinione che una delle viuzze del paese conserva ancora il nome di "Via Jasca", voce celtica anch'essa, che significa pescheria.

Però i buoni terrazzani, che poco si intendono di ricerche etimologiche, vi potrebbero raccontare a proposito di questo nome un'amena storiella che corre ancora sulle labbra dei vecchi. Antonio Maria Stampa, quand'era prigioniero nel Stampa, quando era prigioniero nel forte di Fuentes come uomo inquieto e rivoltoso, volle ingannar la noia di quei giorni e raccogliendo e mettendo in versi questa ed altre storielle intorno ai soprannomi che si davano algi abitanti delle terre lariane...

IL PRESCIUTTO DI MULO
Quel paese che si vede
là in un angolo rinserrato
dove fan del monte al piede
le Napee il lor bucato
quello è Sala e non so come
usurpato abbia tal nome;
chè all'udirlo ognun suppone
di vedere un'ampia stanza
dove i ricchi per usanza
di tener conversazionie
ed invece questa Sala
non è proprio che una scala.
Perciò Sala abbia pazienza
se di certo non l'adulo
preferendo la sentenza
dal salar carne di mulo
che il suo nome le rimase
cibo usato in quelle case.
Aggravto di gran pondo
da que' monti era caduto
entro il lago un mulo grosso,
ne' per caso alcun fu accorto
ch'ivi fosse un mulo morto;
quando un giorno un pescatore
di quel luogo usci' con il fgihlio
algi agoni a dar la caccia
com'è l'uso del paese,
e al ritrar le reti tese
nel naviglio,
il garzone che vedea
(benche' avesse forti braccia)
che ritrale non potea
perché il peso era si grave
che tirvava in giù la nave
- Padre, padre, aiuto, aiuto,
che resistere non posso!
(A girdar prese). Del muto
gregge il re, per quanto è grosso
si' per Bacco,
della rete entro' nel sacco:
- Oh! t'inganni (il padre disse)
ed invece ti prometto
pieno un cofano d'argento
Sant'Albino mel predisse
nella rete già lo sento;
e se il falso non ha detto
s'oggi il coglio
d'abbrucciare
al suo altare
faccio voto un peso d'olio.

Cosi' il padre iva esortando,
mal accorto e mal presago
il garzone
quando, a questo il piè mancando
e cadendo stramazzone,
della rete del gran pondo
fino al fondo
fu tirato dentro al lago.
Al vedere nello stagno
scomparire il suo figliolo
che avea solo,
in tono umile e devoto
quel meschino
la meta' del suo guadagno
genuflesso fece voto
d'offerire a Sant'Albino.
Poi ruggendo come un orso
chiamo' gente in suo soccorso.
Tutto il popolo della terra
in aiuto corse pronto
e dell'acqua il figlio trasse
poi la corda ognuno afferra
della rete, ognun fa conto,
già d'empir d'oro le tasche
ma invece del baulo
trasser fuori il morto mulo.

Quanto mai mortificato
rimanesse li popol tutto
sel figuri ognun da se';
ma volendo pur trar frutto
da quel mulo disgraziato
fu salato,
ed in cambio di prosciutto
a mangiar altrui fu dato;
e ancora fame è che si dia
sol tal carne all'osteria.

Ultima modifica: 12/04/11